10° Ostrava-Auschwitz

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In viaggio per Auschwitz

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Lasciamo la deludente Ostrava per l’ultima tappa. Ormai la speranza di arrivare è una certezza. La fatica accumulata è notevole però la vicinanza del traguardo rende tutto più agevole. Fiducia.
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Dopo Italia, Austria, Germania e Repubblica Ceca, entriamo nel quinto paese attraversato dal percorso: la Polonia
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E’ incredibile come tutto cambi abbastanza seccamente dopo il confine. Il paesaggio diventa pianeggiante, ma soprattutto i colori sono diversi. Le abitazioni hanno un’architettura molto differente ma soprattutto colori tetri e tristi. E sembrano tutte uguali. Sensazione generale di grande povertà
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La vegetazione pare molto meno coltivata. I campi ordinati e ricchi di colture estese e organizzate lasciano il posto a coltivazioni più disordinate e a una vegetazione più selvaggia. Le strade non sono in buone condizioni. Le perfette strade austriache, affiancate da innumerevoli piste ciclabili, sono un pallido ricordo.
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La coltivazione prevalente pare il mais. Qua e là per la campagna le solite casette con tetti molto spioventi, tutte colorate (si fa per dire) in grigio o marrone scuri. Malinconico.
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Dopo una ventina di km arriviamo al lago “zbiornik goczałkowicki” e per fortuna il paesaggio e l’atmosfera migliorano un po’. Ne approfittiamo per mangiare un boccone nei pressi del lago.
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Il nostro umore resta comunque altissimo. La soddisfazione per il raggiungimento della meta e le esperienze accumulate nel viaggio sono corroboranti. Sentiamo che è un qualcosa che ci porteremo dentro. Anche se la visita più importante la faremo il giorno seguente.
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Un momento particolarmente emozionante. La vista del cartello di Oswiecim. Già, Oswiecim; il vero nome del paese. Molto diverso da quell’Auschwitz che i nazisti imposero dopo l’occupazione della Polonia, dopo l’espropriazione delle terre e la distruzione dei villaggi della zona.
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Finalmente Manu appena arrivati fa qualcosa di diverso dal solito.
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Dopo le docce di rito un primo giro per il paese all’imbrunire. La Sola, il fiume che attraversa il paese. Placido, anche bello. Chissà quante ceneri si sono depositate sui suoi fondali oppure sono state consegnate al mare…..
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La luce del bene domina dall’alto l’oscurità del male, anche nel posto dove per eccellenza il male per un periodo ha trionfato.
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Tipiche costruzioni della zona. Tali erano gli edifici che i nazisti demolirono per far spazio oppure espropriano per insediare il lager.
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C’è una Oswiecim che vuole distinguersi dal suo passato, che non ha provocato ma che ha anzi unicamente subito. E ora rischia di subirlo due volte dal momento che il suo nome è ancora indissolubilmente legato a una delle pagine più funeste della storia umana.
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In questi edifici dai colori esageratamente sgargianti, che fanno quasi a pugni con il contesto architettonico generale, pare di cogliere il desiderio di prendere le distanze da tutto ciò che Auschwitz rappresenta, oggi come ieri.
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La piazza centrale di Oswiecim. “Tutti si stupiscono per il posto in cui abitiamo” ci racconta Sylwia. “Non ci possiamo fare nulla se qui, come dappertutto del resto, si è consumata una pagina di storia. Il passato è funesto, ma abitare questo luogo permette di affermare l’allegria sulla tristezza. Anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre un’occasione per sperare e voltare pagina”

Auschwitz I

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A un paio di km dal paese ecco l’ingresso al museo di Auschwitz e all’ex campo di concentramento. Ecco il motivo per cui abbiamo pedalato per 1250 km.
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Dopo aver incontrato Jadwiga, la fantastica guida (che parla italiano) che ci ha accompagnato per tutta la visita, ci dirigiamo all’ingresso. Lo sapevamo che era li ad aspettarci. L’abbiamo vista in tante foto, documentari, film. La frase sinistra che solo la bieca depravazione dei nazisti avrebbe potuto utilizzare per trasformare la malvagità in ironia, la ferocia assassina in scherno. La sua vista provoca forte emozione e silenzio. Da qui in avanti tutto sarà interiorizzato.
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Con pudore ci facciamo una foto sotto l’insegna. Non è una bella sensazione. Pare di violare qualcosa. Lo so facciamo i turisti di bassa lega ma prevale comunque il desiderio di avere un ricordo.
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“Arbeit macht frei” significa “il lavoro vi farà liberi” ed è una presa in giro dal momento che non c’era nessuna possibile libertà per chi varcava questo cancello. Inoltre schernisce anche la Bibbia che dice: “Wahrheit macht frei”, cioè “la verità vi farà liberi”.
Fu realizzata dai prigionieri stessi che per protesta e come sabotaggio montarono la “B” al contrario come si può ancora notare.
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Si parlava di ironia? Ecco l’orchestra che i nazisti, noti amanti delle belle arti e soprattutto della musica, avevano voluto per “allietare” il momento dell’uscita dal campo dei prigionieri che si dirigevano al lavoro. Tremendo anche solo da pensare.
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Le costruzioni trasformate in luoghi di segregazione. Qui siamo ad Auschwitz I, dove tutto iniziò. Qui vennero imprigionati inizialmente i prigionieri di guerra, i russi, i polacchi, ma anche la popolazione che si è opposta al campo, ad abbandonare le proprie abitazioni. Cosa diversa sarà Auschwitz II, costruito dal nulla, con vere baracche di legno, appositamente per lo sterminio pianificato degli ebrei e degli zingari (in massima parte)
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Da immaginare senza prati e senza alberi verdi. Come del resto si può vedere nelle foto d’epoca.
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All’ingresso del museo, un’urna di ceneri….
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Sale spoglie, con foto d’epoca…..
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Alcuni cartelloni ricostruiscono cronologicamente la storia della deportazione e dell’olocausto, corredata da foto originali d’epoca.
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Alcuni cartelloni ricostruiscono cronologicamente la storia della deportazione e dell’olocausto, corredata da foto originali d’epoca.
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Qui siamo già ad Auschwitz II, Birkenau. Fu costruita una deviazione ferroviaria che portava i convogli direttamente dentro il campo. Questo è il momento subito dopo l’arrivo. La povera gente veniva divisa in due colonne: a destra voleva dire camera a gas immediata, a sinistra baracche e morte differita un po’ più in là.
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Bambini……
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Foto che mi è rimasta scolpita nel cervello. L’ufficiale SS (solitamente un medico, che come tutti i medici ha giurato di voler svolgere la professione per salvare vite umane) con un semplice gesto del braccio indica a tutti i nuovi arrivati il loro immediato destino. Con banalità, come se fosse la cosa più normale del mondo. Destra vuol dire morte, e morte orribile. Nella foto, con il suo gesto, sta condannando l’anziano signore col bastone a morte. Morte per non aver fatto nulla, per non aver nessuna colpa, per non aver dato fastidio a nessuno. In poche ore questo signore uscirà dal campo, andrà in cielo. Ma guai a chi, con un gesto di inimmaginabile indifferenza, ne ha decretato un simile angoscioso e tragico destino. Da non dimenticare.
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La nostra Jadwiga ci spiega la mappa della zona. Si vede bene dove sono dislocati il paese di Oswiecim, il primo campo di Auscwitz I e il campo di Birkenau, costruito quando l’idea folle dell’olocuasto è diventata il più gigantesco progetto di sterminio di persone mai programmato, organizzato e pianificato.
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Le latte che contenevano i cristalli di “Zyklon B”, che una volta immesso dal soffitto nelle camere, a contatto con l’aria calda, si trasformava nel micidiale gas. Ma probabilmente per i negazionisti in realtà erano solo scatolette di tonno che veniva somministrato in abbondanza ai prigionieri nelle mense del campo. 🙁
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Un plastico ricostruisce il percorso: spogliatoi, camera a gas, forno crematorio. I primi due erano sotterranei, solo il forno crematorio svettava in superficie. Qui la prima fase: i prigionieri vengono fatti scendere nei locali sotterranei dove vengono ingannati con la promessa di una doccia. A tutti viene raccomandato di ricordare bene dove lasceranno i vestiti per poterli ritrovare una volta finita la doccia.
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La seconda fase. Una volta entrati nel locale “docce”, viene sprangata la porta e dall’alto vengono immessi i cristalli di Zyklon B. Non c’è più scampo. Dopo una ventina di minuti vengono aereati i locali e ha inizio il lavoro dei SonderKommando, i prigionieri che lavoravano nei forni crematori in attesa di fare la stessa fine. Devono portare i corpi nel collegato crematorio per procedere alla cremazione, dopo aver tagliato i capelli ed estratto i denti d’oro. E ogni volta ridipingere i locali, che ovviamente portano i segni di quanto è successo, affinché i nuovi arrivati inizialmente non si possano accorgere di nulla. In Birkenau erano presenti ben 4 di questi impianti mostruosi, completamente demoliti dai nazisti prima dell’abbandono del campo.
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All’arrivo i prigionieri vengono depredati di tutti i loro beni, che venivano stoccati in immensi magazzini da dove poi sarebbero stati smistati e inviati in Germania. Quei bagagli fatti con disperazione e speranza, nel tentativo di salvare le cose più preziose e di portare con sé quanto avrebbe potuto esser utile durante la prigionia….
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Petr Eisler, nato nel 1942, arrivato qui anche lui con la sua valigia, ucciso nel 1945 … a tre anni …
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Non era consentito girare nel campo con le proprie calzature, che venivano immediatamente sequestrate insieme ai vestiti. Al loro posto solo un paio di zoccoli, di norma spaiati e/o di numero sbagliato, spesso in condizioni pietose, sempre riciclati da altri prigionieri (o ex-tali); talmente importanti che da loro poteva dipendere la propria sorte. Bastava una ferita in un piede per essere considerati inabili al lavoro e di conseguenza……
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Una delle immagini più “difficili” da guardare. Preferisco omettere a quale scopo venivano recuperati e in quali situazioni.
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I tristemente famosi tatuaggi di Auschwitz e la spiegazione del motivo per cui venivano effettuati (solo in questo campo)
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La spiegazione di come i prigionieri venivano classificati e contrassegnati fisicamente con l’apposizione di un triangolo di stoffa.
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L’unico abbigliamento concesso. Naturalmente a nessuno veniva consegnata una divisa nuova di zecca. Non veniva nemmeno lavata nel passaggio da un prigioniero all’altro. Solo ai sonderkommando era concesso di vivere con abiti civili, ma la loro è una storia completamente differente, e probabilmente nonostante alcuni privilegi, ancora più tragica
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Il pasto luculliano assegnato ai prigionieri durante la giornata.
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Foto e nomi, nomi e foto…..
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Bambini utilizzati nelle sperimentazioni dei sedicenti medici, Mengele in testa a tutti.
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Alcuni prigionieri subito dopo la liberazione.
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Ancora bambini.
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Bambini zingari vittime degli esperimenti di Mengele. Esperimenti assurdi e ridicoli, senza nessuna base scientifica oltretutto. Oltre la barbarie anche una smisurata ignoranza.
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Il blocco n. 11, esternamente non dissimile dagli altri blocchi, chiamato dai prigionieri “Il blocco della morte” era isolato, chiuso sempre a chiave e denominato prigione del campo.
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Il cortile di questo blocco era circondato da un alto muro. I cesti di legno sulle finestre del blocco vicino, servivano ad impedire che si osservassero le scene che avvenivano sul cortile saturato dal sangue di circa 20000 prigionieri fucilati presso “il muro della morte”. Nel pianterreno e nelle celle situate nei seminterrati di questo blocco, tutto è rimasto come allora.
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“L’impiccagione sul piolo” consisteva nell’appendere il prigioniero con le mani legate dietro il dorso in maniera che egli poteva appena toccare la terra con la punta delle dita dei piedi. La punizione durava qualche ora.
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Il muro della morte. Qui venivano uccisi i prigionieri del campo. I prigionieri chiamati durante l’appello, erano circondati dagli uomini delle SS e scortati fino al blocco n. 11. Da principio l’esecuzione avveniva mediante il plotone d’esecuzione, in seguito con un colpo alla nuca. Se il numero dei condannati alla fucilazione era esiguo, i progionieri venivano uccisi nel lavatoio situato nel corridoio vicino al cortile. Alle esecuzioni partecipavano gli ufficiali delle SS, ed i membri della guarnigione del campo.
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La presa d’aria per i prigionieri rinchiusi nelle celle sotterranee. Si veniva condannati per un nonnulla. Spessissimo anche semplicemente perchè un prigioniero dello stesso blocco aveva fatto un tentativo di fuga; venivano presi dieci o venti prigionieri a caso dello stesso blocco e puniti qua.
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A differenza degli altri blocchi, qui il guardiano era sempre un uomo delle SS. Oltre ai funzionari dei prigionieri (blocchista, scrivano e capo camerata) venivano alloggiati a pianterreno i prigionieri civili (uomini e donne) che attendevano il verdetto del procedimento per direttissima.
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Questa la stanza dei processi dove, inutile dire, non è mai stato assolto nessuno. Le sessioni di questo tribunale avvenivano una volta al mese. Vi partecipavano il capo della Gestapo di Katowica, il dottor Rudolf Mildner con i suoi collaboratori, ed il capo della sezione politica del campo di Maximilian Grabner con suoi dipendenti. In due-tre ore, il tribunale emetteva duecento verdetti di morte. I condannati dovevano spogliarsi e a due a due arrivare presso “il muro della morte”.
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Qui si attendeva il giudizio dove alle domande investigative si provava a difendersi dalle accuse quasi sempre inventate. Le risposte e le spiegazioni non avevano alcuna importanza perché già prima dell’interrogatorio si era già stati condannati. La condanna a morte di decine di persone “garantiva” la tranquillità nel campo.
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Il lavatoio. Qui le donne venivano spogliate prima di essere condotte all’esecuzione.
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I sotterranei. Qui le autorità del campo fecero la prima prova dell’uccisione in massa con gas Zyklon B il 3.9.1941. Vi perdettero la vita 600 prigionieri militari sovietici e circa 250 prigionieri, trasportati dai blocchi dell’ospedale. Poichè il 4 settembre fu constatato che una parte dei prigionieri sopravviveva, le SS aumentarono il quantitativo di gas. Il 5.9.1941, si cominciò a tirar fuori i cadaveri. Le celle dei sotterranei avevano aspetto e destinazione diversi. Nelle celle ordinarie si mettevano i prigionieri per le indagini, nelle celle buie per le punizioni e nel 1941 anche i prigionieri che durante l’appello venivano scelti dal comandante o dal dirigente del campo; gli “eletti” venivano presi dal blocco a cui apparteneva il fuggiasco. Collocati nella cella buia, i prigionieri non ricevevano nè da mangiare ne è da bere. Dopo alcune decine di giorni, essi morivano di fame. I prigionieri della camera buia (7 mq) per scontare la pena restavano chiusi tutta la notte e al mattino venivano spinti al lavoro.
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La cella dove, insieme ad altri condannati, fu rinchiuso il “volontario” Padre Kolbe che si sostituì ad un prigioniero per scontare la pena al suo posto. La condanna era di morire di inedia, senza cibo e acqua fino all’ultimo respiro. Un gigante di santità. Consigliatissimo da leggere il libro sulla sua vita citato menzionato fra le letture consigliate.
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La terza specie di celle erano le “Stehzelle”. In esse venivano messi i prigionieri puniti o riacciuffati durante la fuga. La cella si divideva in quattro piccoli scompartimenti di centimetri 90×90 ciascuno. I prigionieri vi entravano carponi, da un’apertura presso il pavimento, come cani nel canile. In ogni scompartimento dovevano stare quattro prigionieri, quindi sedici in tutta la cella. L’aria entrava soltanto da un pertugio di centrimetri 5×5. I prigionieri non potevano sedersi , ne tanto meno coricarsi, e soffocavano per mancanza d’aria. I sopravvissuti al mattino erano spinti al lavoro e alla sera rinchiusi nuovamente. Se si trattava di un prigioniero ripreso durante la fuga, allora non riceveva nè da mangiare nè da bere: perciò doveva morire di fame.
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Il cortile degli appelli. Lunghi, estenuanti, interminabili. Spesso utilizzati dai nazisti come ulteriore metodo di tortura potevano durare ore e ore. Lo scopo principale era quello di contare i prigionieri e depennare i deceduti del giorno.
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Qui vennero anche effettuate esecuzioni tramite impiccagione collettiva.
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Il filo spinato anche all’interno del campo, per delimitare e separare diverse zone del campo stesso.
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Questa era l’area dove alloggiava la gestapo. Qui fu anche impiccato nel 1947 Hoess, colui che ha contribuito alla progettazione del campo e ne è stato il comandante. Dopo l’arresto si è reso protagonista della confessione del più incredibile e atroce crimine collettivo organizzato nella storia. Come tutti gli altri gerarchi nazisti, nessuno spazio al pentimento. La figlia, ora ottantenne, scovata nel 2013 a Washington dove ha vissuto e lavorato alle dipendenze di un datore di lavoro ebreo, ha dichiarato di voler ancora molto bene a papà e di dubitare dell’olocausto. Ha affermato “come fanno a dire che è morta tanta gente se ci sono in giro così tanti sopravvissuti?”. Logica stringente. Da notare che la sua meravigliosa villa, adornata anche con oggetti e preziosi rubati ai prigionieri, si affacciava sui forni crematori e dalle sue finestre poteva gustare quotidianamente lo spettacolo di quegli strani uomini… tutti vestiti uguali… a strisce…
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“Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento”
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Siamo davanti a camera a gas, interrata, e crematorio con relativo camino, secondo lo schema classico. Due cartelloni descrivono il tutto.
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L’inizio della fine.
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Un’apertura, con relativa botola, nel soffitto della stanza nella quale venivano ammassati i condannati. Da qui venivano gettati all’interno i cristalli di Zyklon B.
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La camera a gas di Auschwitz I
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I forni crematori prodotti dalla “J.A. Topf und Söhne”, società di costruzioni tedesca di Erfurt, coinvolta nella complicità col Nazismo nella costruzione di strumenti di sterminio, per aver progettato e realizzato forni crematori e camere a gas nei lager del III Reich. Gli ingegneri della Topf sapevano bene che i cristalli del gas, adoperato per lo sterminio, diventano attivi ad una temperatura intorno ai 23-25 °C e per questo consigliarono le SS di usare il calore prodotto dai forni crematori per riscaldare le camere a gas. Le SS furono consigliate anche di stipare al massimo possibile le persone nelle camere a gas, in modo che, una volta chiusa la porta stagna, con il calore dei corpi, le centinaia di respirazioni e il poco spazio d’aria rimasto, le camere si trasformassero in pochi minuti in vere serre umane a temperatura ottimale e permettendo così al gas di agire efficacemente. Per stipare più persone possibili si era studiato di farle stare con le braccia in alto, con i bambini piccoli tenuti tra le mani. Si usava anche spegnere a intervalli la luce nella camera poco prima che il gas venisse gettato, in modo da scatenare il panico nelle vittime ammassate all’interno ed accelerarne fortemente la respirazione e quindi l’inalamento dei vapori tossici del gas.
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Lasciamo il crematorio e Auschwitz I per dirigerci verso Birkenau. Profondamente colpiti.

Auschwitz II (Birkenau)

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Birkenau non è proprio vicinissimo, ci andiamo con una navetta che fa servizio di trasporto a intervalli programmati. Due cartelli spiegano innanzitutto l’origine del campo, che nasce in seguito all’espropriazione dei terreni di pertinenza di nove villaggi e all’allontanamento dei loro abitanti.
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I binari della linea ferroviaria costruita appositamente per condurre i convogli di prigionieri direttamente all’interno del campo. Dove scendevano terrorizzati, sfiancati da giorni e giorni di viaggio senza mangiare e bere, durante il quale avevano già dovuto fare la conta dei caduti. Appena scesi iniziava il terrore pianificato, operato tramite aggressioni e violenze fisiche, urla disumane e latrati di cani minacciosi appositamente addestrati.
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L’interno della torretta della foto precedente. Questa era la vista che le sentinelle avevano per controllare i movimenti nel campo.
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Non c’era un filo d’erba e tutto lo spazio era occupato da baracche che ora non esistono più.
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Impressionante la vastità del campo, non si vede il limitare. I nazisti ritenendolo ancora troppo piccolo e insufficiente per le esigenze dello sterminio che avevano in mente avevano anche pensato ad un allargamento del campo che, al momento della liberazione, avevano già iniziato, ma che per fortuna non fecero mai in tempo a completare.
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La pianta del campo. A sinistra dei binari (BI) il campo femminile, alla destra dei binari il campo maschile (BII) e ancora più a destra l’allargamento del campo in costruzione. In alto i quattro crematori contrassegnati dalla lettera “E”.
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Baracche e filo spinato….
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Alcune baracche ancora visibili. Furono naturalmente interamente costruite dai prigionieri. In zone terribilmente paludose dove dovettero fare anche interventi di bonifica. Qui è tutto diverso da Auschwitz I., questo è il vero campo di sterminio, nato e progettato fin dall’inizio con quell’unico scopo. La logica è la stessa dei nostri moderni inceneritori di rifiuti.
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Centinaia di prigionieri venivano stipati qua dentro e costretti a vivere in condizioni disumane
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Interno di una baracca.
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Le latrine collettive. Si poteva andare solo ad orari consentiti. Difficile a farsi quando le epidemie che colpivano il tratto intestinale erano uno dei problemi sanitari più gravi e ricorrenti del campo.
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Ogni baracca aveva una stufa. Ma i prigionieri sono tutti concordi nell’affermare che non l’hanno praticamente quasi mai vista accesa. E penso sia inutile ricordare quanto sia freddo l’inverno polacco.
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L’interno di una baracca con i famosi letti a castello (sempre che di letti si posa parlare….)
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Impossibile pensare di poter avere uno spazio tutto per sé. Era sempre da condividere con qualcuno e di grande importanza era avere un compagno “adeguato”. Si dormiva in posizione testa-piedi, per ottimizzare gli spazi.
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Una carrozza identica a quelle che vennero usate per i trasporti dei deportati.
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I binari che attraversavano verticalmente il campo separando il settore donne da quello maschile. Qui scendevano i deportati e venivano sottoposti alla selezione. A destra o a sinistra voleva dire uccisi subito (ignari ovviamente) oppure con esecuzione differita perchè prima serviva manodopera al lavoro.
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Uno dei 4 crematori del campo. Distrutto dalle SS nei periodi precedenti all’abbandono del campo. Qui lavoravano e vivevano i Sonderkommando, gli addetti ai forni crematori, isolati dal resto dei prigionieri in quanto testimoni di tutto. E in quanto testimoni di tutto erano i più sicuri, fra tutti i prigionieri, di essere destinati a morire esattamente come coloro che dovevano accompagnare nelle camere a gas. La rotazione delle squadre di sonderkommando era di alcuni mesi; poi venivano sostituiti con nuovi arrivati.
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Confortare e rassicurare i prigionieri mentre li accompagnavano nei sotterranei; recuperare i corpi dalle camere a gas; trasportarli nel crematorio; estrarre i denti d’oro; procedere alla cremazione; smaltire le ceneri; pulire e ripitturare le stanze dopo ogni esecuzione di massa. Questi i principali compiti di questa gente che in cambio di condizioni di vita privilegiate (indossare abiti civili, cibo abbondante, etc,etc) vivevano 24 ore al giorno in un vero e proprio inferno.
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Qui ciò che resta del sotterraneo dello spogliatoio. E’ stato testimoniato che qui una donna coraggiosa, capito quale era il suo destino, con una mossa lesta sia riuscita ad impossessarsi della pistola di una guardia e sia riuscita ad ucciderla.
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Monumento ai caduti. Tantissime lastre commemorative.
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La targa italiana.
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All’estremità opposta del campo, dove terminano i binari, qualche sassolino… pochi fiorellini bianchi… e un uomo e una donna, stilizzati, che si tengono per mano… Qui non arrivano più convogli di deportati e i camini hanno smesso di funzionare da un po’. Ma nel mondo accadono ancora fatti gravissimi di violenza, di emarginazione, di morte. Chiunque abbia visitato Auschwitz e conosciuto quanto successo qui ha il dovere morale, nell’ambito delle sue possibilità, di combattere tutto ciò per il resto dei suoi giorni, a partire dalle situazioni di vita quotidiana.