6° Linz-Krems an der Donau

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Il viaggio per Krems and der Donau (I)

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Ci rimettiamo in viaggio la mattina presto, anche oggi ci aspetta una tappa molto lunga. Il ricordo del castello è ancora vivo nelle nostre menti, ma ancora più forte è l’attesa per la visita imminente di un “mostro” il cui nome è entrato nelle nostre menti in modo tetro da quando eravamo bambini: Mauthausen.
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Ci vorranno una ventina di km di pedalata per arrivare all’ex-campo di Mauthausen, che si raggiunge allontanandosi di pochi km dal Danubio.
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Ma prima di visitare Mauthausen ci imbattiamo in uno dei suoi campi satellite: Gusen. Campo piuttosto famoso fra i campi minori. Oggi rimane solo un monumento memoriale all’interno di un quartiere residenziale le cui abitazioni moderne hanno rimpiazzato le baracche di un tempo.
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La natura in questa zona è particolarmente lussureggiante, campi di segale e di grano ovunque. Non ci si aspetterebbe di trovare una natura così bella intorno ad un luogo che nel nostro immaginario abbiamo sempre considerato terribile e orribile
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Uno strappo in salita piuttosto duro ci porta sulla sommità di una collinetta…
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… in cima alla quale inaspettato appare grigio e tetro il muro di cinta dell’ex lager di Mauthausen
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Massimo in bicicletta sul piazzale antistante al campo. L’ingresso che si vede non è quello che utilizzavano i prigionieri per entrare e uscire dal campo ma quello che utilizzavano le guardie per entrare e uscire con i mezzi motorizzati.

Mauthausen

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Le nostre biciclette in mezzo al piazzale; l’ingresso del campo e le mura di cinta
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81.000 persone hanno perso la vita in questo campo durante gli anni in cui è stato in funzione.
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Proprio davanti all’ingresso del campo, visto nelle precedenti foto, c’è questa vasca che all’epoca veniva utilizzata come piscina per i carnefici e per le loro famiglie. Mentre i prigionieri venivano uccisi quotidianamente con il lavoro, dalle malattie e dalla denutrizione, a pochi metri di distanza i criminali si rilassavano in piscina con i propri cari.
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Il cortile interno dove entravano i militari e parcheggiavano i mezzi nei garage
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Camminata sui muri di cinta, dove le guardie svolgevano il servizio di sorveglianza armata.
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Ecco il campo da calcio, a fianco a dove c’erano le baracche dei malati, portati fuori dal campo. A pochi metri da dove morivano i malati si svolgevano partite di pallone di un vero e proprio campionato di calcio locale.
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Ecco in una foto d’epoca la formazione del Mauthausen, partecipante ad un campionato di calcio con le squadre dei paesi del circondario. E’ un altra prova del fatto che le comunità locali intorno al campo sapevano perfettamente tutto.
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L’appartamento del comandante del campo, sopra il cortile dove entravano i mezzi dei nazisti.
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Sullo stesso balcone della foto precedente, in una foto d’epoca, il comandante posa trionfante, fiero ed orgoglioso per il “lavoro” che sta svolgendo.
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Il retro dell’appartamento del comandante. Una volta qui risiedevano i militari nazisti, ora è pieno di monumenti dedicati, dai vari paesi, alle loro vittime.
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Il monumento ai caduti italiani.
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Sul retro del monumento tantissime targhe a memoria degli italiani che qui hanno subito il martirio
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I monumenti che manifestano forza, potenza e coraggio sono stati eretti dai paesi dell’est. Indicano con orgoglio che i nazisti sono stati sconfitti.
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Altro monumento eretto da un paese dell’est europeo.
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Il paesaggio circostante, come si vede da questa foto, è veramente bellissimo. Fa male pensare che i prigionieri, vivendo una realtà terribile, potevano vedere a pochi passi un paesaggio meraviglioso come questo… tanto bello quanto irraggiungibile. Le case che si vedono erano abitate da gente che vedeva i prigionieri andare e tornare dal lavoro quotidianamente: quindi sapevano tutto.
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La famigerata scala di 186 gradini irregolari, sassosi, scivolosi, che conduceva i prigionieri al lavoro nella cava sottostante. Venivano caricati con 30 kg di granito che era il peso studiato dai nazisti come ideale per uccidere un prigioniero denutrito nel tempo da loro auspicato.
Spesso i prigionieri venivano spinti giù dal precipizio dalle guardie stesse per divertimento (il precipizio era chiamato dai nazisti “il muro dei paracadutisti”).
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Così Bernadac descrive la scala della morte:
« Tra l’ingresso del campo e i primi gradini della cava c’era una discesa assai ripida. Questa, in inverno, era spaventosa perché il terreno gelato assomigliava a una pista di pattinaggio e le suole di legno degli zoccoli, sul ghiaccio, sembravano làmine di pattini. Le numerose scivolate erano drammatiche poiché, nella confusione generale, alcuni perdevano l’equilibrio e cadevano verso sinistra, cioè verso il precipizio, e la voragine della cava li inghottiva dopo una caduta verticale di cinquanta o sessanta metri; invece, quelli che partivano in scivolata verso destra, oltrepassavano la zona proibita e i tiratori scelti aprivano il fuoco su quei fuggiaschi. »
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Questo era il vero ingresso dei prigionieri che conduceva alla scala della morte e quindi alla cava di granito.
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Il portone di ingresso visto dall’interno del campo.
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In una foto d’epoca lo stesso portone fra il tripudio dei prigionieri che hanno appena ricevuto la notizia della liberazione.
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L’interno del campo. Ora su quel muro, tantissime targhe commemorative provenienti da moltissimi paesi del mondo..
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Il muto e le targhe.
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Qui iniziava l’insediamento nel campo dei prigionieri. In questa struttura venivano sterilizzati i vestiti.
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La sala delle docce, in questo caso docce vere di acqua. I prigionieri venivano torturati in tutti i modi, docce gelate, docce bollenti, etc,etc
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I rubinetti delle docce.
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Altre targhe commemorative. Soprattutto prigionieri politici.
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Pianta del campo. In rosso le baracche rimaste in piedi e quindi visibili. Un’ottantina erano le baracche in funzione all’epoca.
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Il piazzale dell’adunata, sempre affollato, in una foto d’epoca. I prigionieri dovettero subire di tutto durante queste adunate, torture di ogni genere. Costretti anche al saluto nazista.
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Lo stesso piazzale dell’adunanza oggi, deserto.
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Una fila di baracche
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Particolare di una baracca
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Le baracche erano appaiate; qui l’ingresso di due baracche.
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L’interno di una baracca. Questa in particolare veniva utilizzata per l’ “accoglienza” dei prigionieri al loro arrivo e per le pratiche amministrative.
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Gli armadietti per conservare le proprie pochissime cose. Venivano spogliati di tutto.
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La foto di un prigioniero ridotto pelle ed ossa colpisce il visitatore della baracca di oggi.
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Le latrine. Anche i bisogni fisiologici erano un problema. Potevano avvenire solo in determinati momenti della giornata in queste strutture comuni.
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I lavabi: due per una baracca di un centinaio e più di persone. Era una lotta quotidiana anche fra i prigionieri per la sopravvivenza.
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La quarantena. Qui venivano imprigionati per qualche tempo i nuovi arrivati prima di introdurli definitivamente nel campo.
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La baracca di colore diverso, marrone, nasconde al suo interno il percorso della morte. Qui si trovavano le camere a gas e i forni crematori.
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La sala dei nomi. Prima della liberazione veniva utilizzata per ammassare i cadaveri in attesa della cremazione.
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Ora la sala conserva i nomi di 81.000 persone conosciute, che qui hanno incontrato la morte. Ma c’è chi stima come ben superiore il numero delle vittime; fino a 122.000.
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In questo libro, consultabile da chiunque, sono riportati gli stessi 81.000 nomi in ordine alfabetico. Massimo ha trovato il nome di un compaesano che sapeva essere morto qui.
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Due dei forni crematori presenti nella struttura.
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Anche accanto ai forni crematori, lapidi di caduti.
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L’ingresso alla camera a gas. Anche se non era il gas lo strumento per uccidere in questo campo (contrariamente a quanto avveniva nei 5 campi di sterminio veri e propri) perché qui si uccideva con la fame e il lavoro, era presente una camera a gas che funzionava per eseguire principalmente condanne a morte.
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Una volta chiusi i prigionieri qui dentro, con questa porta, veniva ordinata l’immissione del gas.
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Quanti corpi saranno stati sezionati su questo tavolo? Questa era chiamata la sala delle autopsie.
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In un posto così “simpatico” non poteva mancare una forca. Questo ferro pendeva dal soffitto e veniva utilizzato per impiccare prigionieri.
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L’uscita dalla baracca della morte ci riporta sul piazzale e a rivedere per fortuna il cielo azzurro. La visita è completata ma sappiamo che quello che abbiamo visto e sentito raccontare non lo dimenticheremo mai. La commozione soffocata combatte con sentimenti di rabbia. Non si riesce ad accettare che l’uomo possa anche essere questo.
L’unica prevenzione è non dimenticare, raccontare a chi non sa, a partire dai nostri figli, e stoppare sul nascere qualunque discorso di chiunque che faccia riferimento a discriminazione e/o odio razziale.

In viaggio per Krems an der Donau (II)

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Il bel Danubio (mica tanto blu) ci accompagnerà per tutta la giornata di oggi. L’atmosfera è rilassante e distensiva, le gambe spingono sui pedali anche per sfogare un certo sentimento di rabbia. Ma il cervello è rimasto là.
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Fabio pedala e Manu a ruota, come sempre… 🙂
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Pensieroso guardo il Danubio… quante ne ha viste e sentite…
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La tappa anche oggi è molto lunga e il timore è quello di non riuscire ad arrivare a Krems per il nostro appuntamento. Ci attende uno storico austriaco con il quale sarà bellissimo poter interagire.
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Per strada l’incontro con Jason, più pazzo di noi. E’ partito due settimane prima dall’Inghilterra e sta puntando la foce del Danubio per poi dirigersi a sud fino a Istanbul con la speranza di poter arrivare fino in India. Abbiamo poi saputo che non ce l’ha fatta ad entrare in Iran perchè non gli hanno dato il visto. Poco male, ha girato la bicicletta ed è tornato in Inghilterra passando da Grecia e Italia.
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Gli abbiamo regalato una delle nostre maglie e fatto una bella chiacchierata al bar. E’ un imprenditore e ha mollato tutto per partire e fare il viaggio in bicicletta, si era stufato di lavorare tutto il giorno! 🙂
Questo il suo blog del viaggio: http://jasonstour.wordpress.com
E questo il link al blog nella giornata in cui parla dell’incontro con noi 🙂
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La piana che precede l’arrivo a Krems è patrimonio dell’Unesco per la sua bellezza. Coltivazione dominante le albicocche. Non si può evitare di fare una bella mangiata di questo meraviglioso frutto che,, coltivato in questa zona raggiunge vertici di bontà eccezionali.

Krems an der Donau

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Arrivo al Kolping Campus Krems. Struttura residenziale universitaria molto ben tenuta. D’estate gli appartamenti degli studenti vengono affittati ai turisti, direi idea molto intelligente. Ai turisti offrono una struttura eccellente a prezzi modici, alla struttura un’entrata che fa molto comodo e consentirà di ridurre i costi
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Purtroppo non siamo riusciti ad incontrare lo storico, docente universitario, col quale avevamo appuntamento. Siamo arrivati più tardi del previsto e non ci ha potuto aspettare. Ha però mandato un suo amico per guidarci nella visita della città
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L’amico e il papà dello storico, incontrato casualmente per strada!
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La “Steiner Tor” simbolo di Krems.
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Sempre la torre vista però dalla Obere Landstrasse, la via principale di Krems.
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Obere Landstrasse, la via principale di Krems, fiancheggiata da case gotiche, rinascimentali e barocche accomunate dal tetto a doppio spiovente.
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Poco più avanti si può visitare la Goglhaus, una casa realizzata nel XVI secolo sopra il cui ingresso spicca la loggetta gotica di quella che in principio doveva essere una cappella incorporata all’abitazione.
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Tra Kornermarkt e il Rathaus svetta la Pfarrkirche St. Veit, la parrocchiale ricostruita in stile barocco su preesistenze romaniche tra il 1616 ed il 1630 da C. Biasino.
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L’interno è ad un’unica navata ed è delimitato da profonde cappelle laterali affrescate da Kremser Schmidt, mentre al centro spiccano lo scenografico altare maggiore ed il grande pulpito entrambi opera di J.M. Gotz.
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Vedute di Krems
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Vedute di Krems
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Vedute di Krems
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Vedute di Krems
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Bella casa con i muri tutti impreziositi di bellissimi graffiti.
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JudenGasse – Via degli ebrei.